Feriae romanae puntata 28: I Portunalia

Ben ritrovati.

Nuova puntata della rubrica dedicata alle feste del calendario di Roma antica. Siamo ormai in pieno Agosto e, mentre ci prepariamo al Ferragosto moderno, vi presentiamo una festa che si svolgeva qualche giorno dopo: I Portunalia. Questa festività era in onore del dio Portunus e si celebrava il 17 agosto. Nel tardo calendario filocaliano, la festa del 17 agosto è chiamata Tiberinalia, in quanto, secondo antica tradizione, veniva celebrata presso il Porto Tiberino, dove si trova il tempio di Portuno.

Pierre Granier, Leucotea e Palemone, gruppo marmoreo, Versailles

Il Dio

Portuno (latino Portunus o Portumnus) è il dio romano dei porti e delle porte (ovviamente, si intendono le porte della città, non quelle delle domus, le ianuae, protette da altre divinità). I Romani lo assimilarono al dio greco Palemone, in quanto anch’egli dio dei porti.

Il culto


Il culto pubblico del dio era a Roma affidato ad uno dei dodici flamini minori, il flamen portunalis.
Negli Scholia Veronensia si ha un breve accenno a ciò che accadeva durante la cerimonia dei Portunalia, ma non è chiaro di cosa si trattasse a causa delle differenti tradizioni manoscritte. Secondo l’edizione curata da Heinrich Keil sembra che si gettassero delle chiavi nel fuoco (huius dies festus Portunalia, qua apud veteres claves in focum add(ere prope) more institutum. Il brano è citato da G. Vaccai, Le feste di Roma antica, pag. 164. Roma, Edizioni Mediterranee, 1986); secondo quella di Angelo Mai (e accettata da Ludwig Preller), invece, si sarebbe trattato di portare le chiavi nel Foro per un sacrificio di espiazione (Portunalia qua apud veteres claves in forum adductas piare institutum, Ibidem). In ogni caso le chiavi avrebbero avuto un ruolo centrale nella festa, forse come simbolo della casa da purificare o almeno questa è l’opinione di buona parte dei commentatori, compreso il Vaccai.

L’iconografia

Il dio, probabilmente legato alla Roma arcaica, se non addirittura pre monarchica, non ha un’iconografia chiara. Di come apparisse alle origini, non vi è traccia alcuna. Durante il processo di reinterpretazione delle divinità romane sulla base della mitologia greca, il dio Portuno fu identificato con Palemone, anch’egli protettore dei porti. Questo passaggio, che però dovette avvenire tardi, in età repubblicana o tardo repubblicana, comportò anche una redifinizione della divinità che del modello greco assorbi anche il mito. E’ probabile che proprio in questa occasione a Portuno sia stata attribuita come madre la dea Mater Matuta, a sua volta, come abbiamo già detto, assimilata a Leucotea, la madre di Palemone, come testimonia il poeta elegiaco Ovidio: Leucothea Grais, Matuta vocabere nostris; in portus nato ius erit omne tuo, quem nos Portunum, sua lingua Palaemona dicet (“tu sarai chiamata Leucòtea dai Greci, e dai nostri Matuta, e il potere sui porti sarà interamente di tuo figlio, che noi diremo Portuno, e la sua lingua originaria Palèmone”, Ovid., Fasti, VI, 545-547).
Nelle fonti iconografiche disponibili, si rinviene un solo affresco che mostra il dio in figura di giovane tra i flutti a dorso di un delfino, ma molto probabilmente l’affresco è da considerarsi successivo al momento dell’accostamento a Palemone; per la divinità greca, infatti, il rapporto con i delfini è attestato già nelle fonti antiche.
Nell’Eneide, Portuno viene invocato da Cloanto durante la gara delle navi e il dio risponde spingendo la nave in avanti: et pater ipse manu magna Portunus euntem impulit (“il padre stesso Portuno con grande mano sospinse la nave in corsa”, Verg., Eneide, V, 241).

La fumosità degli attributi e della tradizione su questo dio ha dato adito alle interpretazioni più varie.

Alcuni studiosi hanno avvicinato Portuno al dio Giano.
Nell’iconografia, per quanto ne possiamo sapere, Portuno veniva rappresentato con delle chiavi in mano, probabilmente come simbolo del suo ruolo di protettore delle porte. Questo aspetto del dio, in passato, ha fatto ritenere ad alcuni studiosi che Portuno potesse essere un duplicato o una “specializzazione” di Giano. Secondo Georg Wissowa, il senso di protettore dei porti sarebbe solo una funzione secondaria, mentre quella originaria sarebbe la protezione delle entrate. Per Albert Grenier, invece, Portuno è un “genio della navigazione” ed è lui stesso una specie di Giano perché il porto è una specie di porta. Dumezil contesta il tutto ricollegando il nome alla radice indoeuropea *protu-.
Da questa radice sarebbe derivato l’avestico peretu, che ha il significato di “passaggio”, specialmente di “ponte” e talvolta di “guado” e quindi i termini latini portus e porta.

Sull’argomento, vedi bibliografia in fondo.

Il tempio

Il tempio di Portuno è un tempio romano di epoca repubblicana, situato a Roma nell’attuale piazza della Bocca della Verità, dove anticamente si trovava il Foro Boario, poco distante dal Tempio di Ercole e dal più antico porto tiberino.

Il tempio di Portuno era stato dedicato proprio il giorno dei Portunalia, secondo quanto riferisce Varrone: “Portunalia si dicono da Portuno cui in quel giorno fu dedicato un tempio nel porto del Tevere, ed istituita una festa”. Il tempio si trovava, come indicano alcuni antichi calendari romani, presso il Ponte Emilio. Nel calendario di Capranica si legge: Portuno ad pontem Aemiliano ad theatrum Marcelli; in quello di Amiterno invece viene riportato Feriae Portuno Portun […] ad pontem Aemilium.

Tempio di Portuno.

La tradizione gli ha attribuito a lungo la denominazione di “tempio della Fortuna Virile” e l’identificazione con il tempio dedicato al dio Portuno è avvenuta solo negli anni venti del secolo scorso (L’acceso dibattito è riportato in G. Marchetti Longhi, “Il tempio ionico di Ponte Rotto. Tempio di Fortuna o di Portuno?” in Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung, 40, 1925, pp.319-350).

Incisione del 1738 tratta dall’edizione di Isaac Ware de I quattro libri dell’architettura di Palladio

La costruzione dell’attuale edificio è stata datata, grazie ai materiali rinvenuti nelle fondazioni, fra l’80 e il 70 a.C.. Esistono però tracce di fasi precedenti: nella fase più antica, databile tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C., il tempio presentava un lungo podio in tufo di Grottaoscura, collegato, nel corso del III secolo a.C. al ponte Emilio da un ponticello in muratura. Il tempio si trovava all’interno di un recinto sacro.

Bibliografia

  • Georges Dumézil, Feste romane, nota 3, pag. 241. Genova, Il Melangolo, 1989.
  • Paul Fabre, “La religion romaine”, in Histoire des religions di Maurice Brillant e René Aigrain, 1955.
  • Albert Grenier, “Les religions étrusque et romaine”, in Mana, 2, III, 1948.
  • Kurt Latte, Römishe Religionsgeschichte, 1960.
  • Georg Wissowa, Religion und Kultus der Römer, seconda edizione, 1912.

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